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STORIA DELLA SETA A BOLOGNA

Il sistema idrico di Bologna nel 1200, era molto importante per la diffusione dell'acqua ai numerosi mulini da seta presenti in città.
La seta è una fibra naturale, prodotta dal baco per formare il bozzolo.
Fin dall'antichità, questo filo lungo alcune centinaia di metri, veniva svolto dal bozzolo, attraverso una prima lavorazione, detta trattura.

Per questa operazione occorrevano una bacinella e un aspo.
Dalla bacinella che conteneva i bozzoli a bagno nell'acqua calda, una lavorante formava con una decina di capi un unico filo che un'altra avvolgeva su un aspo formando una matassa.

Progressivamente la trattura si concentrò in grandi filande dove decine di operaie eseguivano il lavoro con macchine sempre più perfezionate.

 
 

Prima della tessitura i filati subivano un'ulteriore lavorazione; uno o più fili venivano irrobustiti e compattati, attraverso ripetute torsioni.

Questa operazione, detta torcitura, si faceva tradizionalmente a mano o con l'aiuto di piccoli strumenti domestici come il fuso.

Tuttavia a Bologna fin dal 300, venne utilizzata per la torcitura della seta una macchina complessa di origine lucchese, il filatoio rotondo.

Si trattava di una macchina mossa a braccia, che permetteva di svolgere e torcere contemporaneamente i fili di centinaia di rocchetti.

 
 

Al prototipo lucchese i bolognesi applicarono la ruota idraulica e in tal modo filatoi di piccole dimensioni collocati in una stanza si trasformarono in mulini da seta disposti su tre o quattro piani di edifici nei quali si affollavano decine di operai.

I filatoi potevano utilizzare solo fili avvolti in rocchetti.

Il trasferimento dei fili dalle matasse sui rocchetti, detto incannatura, era eseguito a mano da donne che lavoravano nelle loro case.

 
 

Questa operazione manuale a causa della sua lentezza creava un rallentamento del ciclo produttivo solo parzialmente meccanizzato.

Nel 500 a Bologna per risolvere questo problema fu introdotto l'incannatoio meccanico azionato dagli organi di trasmissione del filatoio.

 

I mulini da seta alla bolognese con ruota idraulica e incannatoio meccanico, risultavano particolarmente efficienti in quanto aumentavano i ritmi produttivi e garantivano filati di migliore qualità.
La velocità costante della ruota idraulica, assicurata da un regolare flusso d'acqua, permetteva di ottenere dei filati uniformemente ritorti e più resistenti.
Col mulino da seta si preparavano vari tipi di filati per trame e orditi.
Il più famoso di questi era l'organzino, ottenuto dalla torsione congiunta di due fili prima torti separatamente.
Gli storici della rivoluzione industriale affermano che il mulino da seta alla bolognese rappresenta un importante esempio di sistema di fabbrica protoindustriale.
Il processo produttivo era infatti interamente meccanizzato, gli operai si limitavano ad alimentare le macchine, annodare i fili quando si rompevano, togliere le matasse già ritorte dall'aspo e riporle in apposite ceste. La lunghezza della giornata lavorativa degli operai dei mulini si aggirava sulle 14 ore.
A causa di un pregiudizio che considerava la luce del sole dannosa per il colore della seta si lavorava in spazi ristretti e nella semioscurità.
L'aria chiusa, umida, polverosa e l'eccessiva lunghezza della giornata lavorativa erano particolarmente dannose per la salute degli operai tra i quali erano numerosi i bambini.
La tecnologia del mulino da seta fu custodita a Bologna come il più geloso dei segreti poiché si temeva che la sua diffusione in altre città avrebbe alimentato una pericolosa concorrenza.
Tuttavia malgrado le gravi pene previste per chi violava il segreto già alla fine del 500 il sistema del filatoio alla bolognese venne esportato a Reggio Emilia ed a Venezia.
Verso la seconda metà del 600, i mulini da seta cominciarono a diffondersi nell'area lombarda e piemontese.
All'inizio del 700 una spia industriale inglese, John Lombe, portò in Inghilterra il segreto del mulino e grazie all'aiuto di operai specializzati di origine italiana costruì un grande mulino da seta vicino a Derby.

 
 

Secondo alcuni storici si tratterebbe della prima fabbrica moderna realizzata in Inghilterra.
Per le ragioni di segretezza già ricordate, le immagini a noi pervenute relative alla macchina da seta alla bolognese sono poche, reticenti o lacunose.
Solo i disegni di Heinrich Schickhardt (1599) e di Antonio Zonca (1607) riproducono la macchina nella sua complessità, pur non fornendo elementi sufficienti per la costruzione.

La produzione della seta è stata per secoli il più importante settore dell'economia bolognese, a guidarlo era la potente corporazione Arte della Seta.
Alla fine del 600 si concentravano entro le mura di Bologna, 119 mulini da seta mossi da 353 ruote idrauliche, della potenza di 1 o 2 CV, alimentate dall'acqua che raggiungeva le cantine di interi isolati.

Il setificio bolognese che alla fine del XVI secolo dava da vivere a circa il 40 % della popolazione che era suddiviso in due settori:
Opera bianca o dei veli che impiegava solo seta locale ed Opera tinta, specializzata nella produzione dell'organzino e dei drappi.

I contadini erano obbligati a vendere la seta greggia sul mercato urbano.
Questo allo scopo di alimentare le industrie concentrate a Bologna.

La maggior parte della seta prodotta veniva esportata tramite Venezia sul mercato internazionale, nelle Fiandre, Francia, Germania, Inghilterra ed Oriente turco.
Dalla fine del 600 cominciò un lento declino dell'industria serica bolognese.

La costruzione di mulini più perfezionati, capaci di fornire prodotti di migliore qualità in Lombardia, Piemonte e Veneto; l'instabilità politica, le guerre del periodo napoleonico e la forte diminuzione della produzione dei bozzoli concorsero al tramonto definitivo dell'industria serica bolognese.

 

Ricerca curata da: Francesca Montevecchi e Agostino Tripald

CIS Dipartimento di Filosofia dell'Università di Bologna